Eugenio Larosa – Il cortigiano in viaggio: regole per rievocatori
In questo breve scritto desidero affrontare il comportamento che un cortigiano era tenuto ad osservare durante un viaggio al seguito del proprio signore o, più in generale, in sua presenza quando si trovava in contesti esterni alla corte. Si tratta di un tema raramente esplorato ma credo possa essere interessante comprendere la funzione sociale e simbolica del cortigiano, anche al di fuori degli ambienti “di palazzo”.
Questo contributo nasce con l’intento di offrire uno spunto di riflessione utile soprattutto ai ricostruttori storici che desiderano restituire in modo coerente e credibile la figura del cortigiano in occasioni quali accampamenti, spostamenti o eventi svolti all’aperto. L’obiettivo non è soltanto quello di proporre indicazioni pratiche, ma anche di restituire il senso profondo di una condizione nella quale ogni gesto, ogni parola e perfino ogni posizione occupata nello spazio assumevano un preciso valore sociale.
Prima di affrontare il tema, è però necessario chiarire chi fosse il cortigiano. Nel XV secolo questa figura non è ancora definita secondo il modello “classico” che sarà poi consegnato alla tradizione da Baldassarre Castiglione nel Libro del cortegiano del 1528; quel testo, infatti, rappresenta piuttosto la codificazione di pratiche, linguaggi e tensioni maturati tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del secolo successivo.
Con il termine cortigiano si indicava l’uomo che operava stabilmente presso la corte di un sovrano o di un grande signore. Non era un semplice servitore, ma una figura inserita a pieno titolo nell’apparato politico, culturale e cerimoniale della corte. Il cortigiano poteva essere consigliere, uomo d’arme, diplomatico, segretario o intellettuale; assisteva il suo signore, ne sosteneva gli interessi, partecipava alla vita sociale e culturale dell’ambiente cortigiano ed era chiamato a incarnare, nei modi e nelle parole, un ideale di comportamento fondato su raffinatezza, discrezione, lealtà e cultura.
Abbiamo già ricordato come il più celebre trattato dedicato a questo tema sia il Libro del cortegiano di Baldassarre Castiglione, composto nei primi decenni del XVI secolo. L’opera, articolata in quattro libri, nasce con l’intento di delineare la figura ideale dell’uomo di corte. Tuttavia, già prima di Castiglione erano circolati memoriali e testi ammonitori destinati a istruire sul comportamento da tenere in ambiente cortigiano.
Fra questi, uno dei più noti è il memoriale De la Electa Vita Cortesana (spesso citato come Lo libro delli precepti overo instructione delli cortesani), redatto da Diomede Carafa per il figlio Giovanni Tommaso. Diomede Carafa, autorevole consigliere politico prima di Alfonso il Magnanimo e poi attivo presso la corte di Ferrante d’Aragona, ricoprì incarichi di grande rilievo nel governo napoletano. In questo scritto egli delinea il profilo del cortigiano virtuoso: obbediente, discreto, alieno dalle rivalità fra pari e costantemente consapevole del proprio ruolo all’interno della gerarchia di corte, che è tenuto a rispettare con misura e disciplina.
L’etichetta non si limitava agli spazi chiusi del palazzo, ma si estendeva a ogni momento della vita quotidiana. Un cortigiano, anche in queste occasioni, era tenuto a osservare regole precise di comportamento, tanto nei gesti quanto nelle parole.
Uno dei primi doveri del cortigiano in viaggio era la capacità di adattarsi. Seguire il proprio signore fuori dalla corte significava infatti entrare in contesti diversi, attraversare terre con abitudini, linguaggi e modi di comportarsi non sempre uguali a quelli consueti. Per questo era necessario ricordare che, come si diceva, “ogni paese ha nuove consuetudini”. Il buon cortigiano non imponeva dunque i propri usi come se fossero universali, ma osservava, comprendeva e si conformava con intelligenza a ciò che il luogo richiedeva. Saper riconoscere il costume locale, adeguarsi senza esitazione e senza ostentazione, era già una forma di prudenza e di rispetto.
Accanto a questa duttilità, restava però indispensabile la consapevolezza del proprio rango. Il cortigiano doveva sapere chi era e quale posto occupava, senza cadere né nell’eccesso dell’umiliazione né in quello della superbia. Questo equilibrio si manifestava soprattutto nei rapporti con gli altri. Di fronte a un superiore era necessario mostrarsi deferenti; con i pari si dovevano mantenere cortesia, misura e una reciproca attenzione; verso chi era di condizione inferiore, invece, si richiedeva un comportamento dignitoso ma benevolo, capace di unire nobiltà e moderazione. In pratica, il cortigiano non doveva mai apparire né servile né arrogante. E quando non era chiaro il grado dell’interlocutore, la regola più sicura era una sola: meglio mostrare un rispetto in più che correre il rischio di mancare d’onore.
Questa gerarchia non si esprimeva soltanto nelle parole, ma anche nella disposizione dei corpi e nel modo stesso di muoversi. Durante gli spostamenti, a cavallo o a piedi, l’ordine della marcia non era lasciato al caso. Se il cammino si faceva difficile, come nel caso di un sentiero stretto, un fosso, un guado, un tratto insicuro, spettava al cortigiano precedere il signore, affrontando per primo il passaggio più rischioso. Era un gesto concreto di servizio e protezione. Negli altri casi, invece, il suo posto era dietro, salvo che il signore non richiedesse diversamente. E se ci si trovava a camminare l’uno accanto all’altro, anche allora occorreva badare alla posizione: il signore doveva sempre risultare leggermente avanti, e se il terreno offriva un lato più agevole o più comodo, quello spettava a lui. Nulla era indifferente, perché anche il modo di occupare lo spazio rendeva visibile l’ordine gerarchico.
Anche i gesti che oggi potremmo giudicare minimi avevano allora un preciso peso simbolico. Offrire il proprio mantello in caso di pioggia, o persino il cappello, non era soltanto un atto di cortesia, ma una manifestazione concreta di riguardo. Se però il signore rifiutava, il cortigiano non doveva poi riprendersi con naturalezza quel medesimo indumento e indossarlo come nulla fosse, perché un simile gesto avrebbe potuto apparire sconveniente, quasi una smentita dell’omaggio appena compiuto. Lo stesso comportamento valeva, con il dovuto equilibrio, anche verso i pari. Con chi era di condizione inferiore, invece, si richiedeva soprattutto buon senso: offrire un atto di riguardo restava segno di generosità e nobiltà d’animo, ma se questo non veniva accolto, occorreva riprendere il proprio posto con misura, senza insistere e senza creare imbarazzo.
L’attenzione alla gerarchia si rendeva evidente anche quando si procedeva in gruppo a cavallo come a piedi. In presenza di più persone, il posto centrale o più onorevole spettava sempre a chi godeva del rango più elevato. Il cortigiano consapevole del proprio ruolo non cercava di appropriarsene, né si poneva in evidenza senza esservi chiamato. Al contrario, sapeva leggermente arretrare, lasciare il centro a chi ne aveva diritto e disporsi nel modo più conveniente alla dignità altrui e alla propria. Nei gruppi più numerosi questo ordine poteva naturalmente adattarsi alle circostanze, ma non veniva mai meno il principio di fondo: il movimento collettivo doveva rispecchiare l’ordine sociale.
Ed è forse proprio nelle situazioni di possibile attrito che si misurava la vera qualità del cortigiano. Se nasceva una contesa, anche solo tacita, sul primo posto durante il cammino, l’uomo veramente ben formato non insisteva con presunzione né trasformava una questione d’ordine in una prova di vanità. Se il posto d’onore veniva riconosciuto a un altro, egli doveva accettarlo con compostezza. In questo consisteva una parte essenziale della grandezza cortigiana: non soltanto nel sapere occupare il proprio posto, ma nel saperlo accettare con onore, senza risentimento e senza ostentazione. Perché a corte, e anche fuori dalla corte, la dignità non si misurava solo nel primeggiare, ma nella capacità di mantenere sempre misura, decoro e consapevolezza di sé.
Le indicazioni contenute in questo breve scritto vogliono essere una traccia utile per arricchire la rappresentazione della figura del cortigiano durante eventi pubblici, rievocazioni e ricostruzioni storiche. In particolare, possono essere applicate in accampamenti, camminate cerimoniali, ingressi in cortei o in ogni occasione in cui il personaggio si muove, interagisce con altri o si relaziona al proprio signore.
Sono da sempre fermamente convinto che per realizzare una buona ricostruzione storica non sia sufficiente affidarsi ad abiti o oggetti di buona qualità, ma che sia anche necessario avere la capacità di restituire comportamenti, gestualità, linguaggio e mentalità della figura che si vuole proporre. La vera forza del rievocatore non sta solo nell’apparenza, ma nella sua capacità di far rivivere la storia anche attraverso la coerenza dei gesti e dei ruoli.
Bibiliografia:
CARAFA, Diomede, Libro delli precepti o vero instructione delli cortesani, in Memoriali, a cura di F. Petrucci Nardelli, Roma, Bonacci, 1988-
FIGLIUOLO, Bruno – SENATORE, Francesco, «Per un ritratto del buon ambasciatore: regole di comportamento e profilo dell’inviato negli scritti di Diomede Carafa, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini», in De l’ambassadeur: les écrits relatifs à l’ambassadeur et à l’art de négocier du Moyen Âge au début du XIXe siècle, Roma, École Française de Rome, 2015.
McCALL, Timothy, Brilliant Bodies. Fashioning Courtly Men in Early Renaissance Italy, University Park, Penn State University Press, 2022.
PONTANO, Giovanni, De principe. Testo latino a fronte, a cura di G. M. Cappelli, Roma, Salerno Editrice, 2003.
Eugenio Larosa – Il cortigiano in viaggio: regole per rievocatori




