Il targone dei Bentivoglio – Eugenio Larosa
Negli ultimi anni i miei studi sul XV secolo si sono soffermati più volte sulle figure dei condottieri e dei signori, osservate non soltanto nelle loro vicende politiche e militari, ma anche attraverso gli oggetti che ne accompagnavano la presenza pubblica. Proprio questo percorso di ricerca mi ha portato a riflettere su un aspetto spesso sottovalutato: ciò che siamo abituati a definire cultura materiale non è quasi mai un semplice contorno, ma costituisce molto spesso una forma concreta e visibile della rappresentazione del potere.
Il targone dei Bentivoglio appartiene precisamente a questa dimensione: quella di un manufatto che, al di là della sua natura di scudo, diventa espressione di prestigio, memoria politica e autorappresentazione signorile.
Il targone dei Bentivoglio: arte, memoria politica e autorappresentazione signorile nella Bologna del 1488
Il 27 novembre 1488 segnò per Bologna uno dei momenti più drammatici della sua storia politica di fine Quattrocento. La cogiura promossa da un ramo della famiglia Malvezzi contro Giovanni II Bentivoglio non rappresentò soltanto un fallito tentativo di rovesciamento del governo cittadino, allora saldamente controllato dalla casata bentivolesca, ma costituì anche l’esito di un progressivo deterioramento dei rapporti tra due famiglie che, per lungo tempo, avevano condiviso alleanze, interessi politici e forme reciproche di sostegno. La scoperta del complotto e la repressione che seguì, rapida e durissima, trasformarono quell’evento in una frattura profonda nella memoria pubblica bolognese. Arresti, esecuzioni, vendette ed esili segnarono infatti il definitivo rafforzamento del potere bentivolesco e offrirono alla signoria l’occasione di tradurre la propria sopravvivenza politica in una nuova e più incisiva forma di autorappresentazione.
È in questo contesto storico che si colloca il cosiddetto targone dei Bentivoglio, oggi conservato presso il Museo Civico Medievale di Bologna. La tradizione critica tende a collegarne la realizzazione proprio allo scampato pericolo del 1488, interpretando il manufatto come un oggetto celebrativo concepito per tradurre in immagine la salvezza del signore e la sconfitta dei suoi avversari.
Per comprenderne appieno il significato, è tuttavia necessario chiarire preliminarmente che cosa si intendesse, tra tardo Medioevo e Rinascimento, con il termine targone, attestato nelle fonti coeve anche nelle varianti “tarcone” e “imbracciatura”. Esso designa uno scudo di forma ovale e convessa, probabilmente derivato dal più antico tavolaccio d’età comunale, ma da questo distinto per la curvatura più accentuata e per la maggiore capacità avvolgente. Non deve essere confuso con il pavese, al quale talvolta è stato impropriamente accostato, poiché quest’ultimo presenta una forma trapezoidale e una struttura differente.
Il targone compare tra la fine del XIV secolo e il pieno Quattrocento. Il suo impiego in ambito bellico è attestato con chiarezza tanto dalle fonti figurative quanto da quelle scritte, che ne documentano l’uso come protezione particolarmente adatta alle operazioni d’assedio, all’avvicinamento alle fortificazioni, ai lavori di scavo e, più in generale, a tutte quelle attività nelle quali il fante risultava esposto al tiro nemico.
Dal punto di vista materiale, l’opera si presenta come uno scudo in legno rivestito di pergamena dipinta. Di forma ovata e allungata, esso mostra una struttura convessa e avvolgente che lo distingue nettamente da altre tipologie di difese portatili. La curvatura oggi visibile appare, tuttavia, più accentuata di quanto dovesse essere in origine, verosimilmente a causa di un’errata conservazione del manufatto in epoche successive.
La superficie esterna è interamente dorata e organizzata secondo un impianto decorativo di notevole raffinatezza: un fondo punteggiato, una bordura elaborata e, al centro, la scena di san Giorgio a cavallo nell’atto di trafiggere il drago. Il santo indossa un’armatura contemporanea al manufatto e reca sullo scudo la celebre insegna “segata” dei Bentivoglio, nei colori rosso e oro. Anche l’interno conserva elementi significativi della struttura originaria, tra cui resti della cartapecora, tracce delle chiodature del cuscinetto e la maniglia in pelle. Il targone si presenta dunque come un oggetto in cui la funzione primaria della difesa si coniuga con una qualità esecutiva e ornamentale pienamente coerente con una destinazione cerimoniale e rappresentativa.
Da questo punto di vista, l’esemplare bentivolesco riveste un’importanza del tutto particolare. Sebbene l’iconografia quattrocentesca raffiguri con una certa frequenza fanti armati di targone, i reperti materiali giunti sino a noi sono estremamente rari. Da questo punto di vista, l’esemplare bentivolesco riveste un’importanza del tutto particolare. Sebbene l’iconografia quattrocentesca raffiguri con una certa frequenza fanti armati di targone, i reperti materiali giunti sino a noi sono estremamente rari.
Il manufatto permette infatti di osservare dettagli costruttivi che nelle fonti figurative risultano spesso semplificati. Tra gli elementi più interessanti vi è la disposizione dell’imbracciatura, che appare leggermente obliqua e non perfettamente allineata all’asse centrale dello scudo. Si tratta di un particolare tecnico significativo, perché consente di confrontare il reperto con le immagini coeve e di formulare osservazioni più puntuali sull’effettiva ergonomia di questi scudi.
Tutti gli elementi costitutivi dell’opera, dal fondo oro alla raffinatezza della superficie, dalla centralità della scena figurata alla presenza dell’araldica familiare, fino alla monumentalità complessiva dell’insieme, suggeriscono che lo scudo non fosse destinato al combattimento reale, ma a occasioni di rappresentanza.
Anche il profilo storico-artistico dell’opera merita attenzione. La qualità del targone bolognese ha infatti indotto la critica, nel tempo, ad accostarlo a nomi di grande rilievo della pittura emiliana del tardo Quattrocento, da Lorenzo Costa a Francesco Francia.
Ci troviamo di fronte a un oggetto pienamente inserito nella cultura visiva delle corti e delle signorie italiane del secondo Quattrocento, un contesto nel quale le armi, pur conservando la memoria della loro funzione originaria, potevano trasformarsi in strumenti privilegiati di autorappresentazione politica e dinastica.
Il targone bentivolesco si configura infatti come una vera e propria rappresentazione del potere signorile. La figura di san Giorgio che uccide il drago, stagliata sul fondo oro, non si limita a richiamare un repertorio devozionale o cavalleresco ampiamente diffuso nel Quattrocento, ma viene reinterpretata in chiave apertamente politica. L’inserimento dell’insegna bentivolesca sullo scudo del santo lega infatti in modo diretto l’eroe cristiano alla casata dominante. Il combattimento contro il drago si trasforma così in un’allegoria della vittoria di Giovanni II Bentivoglio sui suoi avversari. Lo scudo diviene, in altri termini, un’immagine costruita per celebrare la capacità del potere bentivolesco di sopravvivere alla minaccia, di sconfiggere il nemico e di riaffermare il proprio dominio sulla città.
Nel targone dei Bentivoglio, dunque, l’arma difensiva si trasforma in un simbolo dell’ordine ristabilito e una testimonianza visibile della forza della casata.
Il targone dei Bentivoglio si impone come una delle più interessanti testimonianze della cultura materiale, figurativa e politica della Bologna di fine Quattrocento. La sua importanza non deriva soltanto dalla rarità del reperto o dalla bellezza della decorazione, ma dalla capacità di concentrare in un unico manufatto livelli diversi di significato: la tradizione militare dello scudo, la raffinatezza dell’opera d’arte, la funzione cerimoniale, il linguaggio araldico e la memoria di un preciso evento politico.
Bibliografia
La stagione dei Bentivoglio nella Bologna rinascimentale, catalogo della mostra, Bologna, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, 2006.
Boccia, L. G., Dizionari terminologici. Armi difensive dal Medioevo all’età moderna, Firenze, 1982.
«Di Galeazzo Marescotti de Calvi da Bologna e della sua cronaca», in Archivio storico italiano, 1875.
Il targone dei Bentivoglio – Eugenio Larosa
















